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Libri facili e libri difficili

Ieri ho finito la prima stesura del libro più difficile che ho tradotto nella mia vita.

Quando sono arrivata alla pagina dei ringraziamenti – che, per inciso, è la pagina più bella di tutte, perché è in quel momento che vedi la luce – ho pensato: tutti i libri facili si assomigliano fra loro, ogni libro difficile è difficile a modo suo.

I libri facili li riconosci subito, o quasi. Sono libri carini, scritti benino, precisini e pulitini; insomma, sono libri pieni di -ini, librini. Sono libri che, di base, traduci con il pilota automatico o, che in altre parole, si traducono da soli. E potrà sorprendervi ma: a) questi libri sono piuttosto rari; b) sono una manna dal cielo per un traduttore – perché magari si annoia per un paio di mesi, ma porta a casa la pagnotta senza sbattersi più di tanto la testa al muro.

Il libro di cui ho finito ieri la prima stesura, però, non rientra in questa categoria; è un libro difficile, così difficile che mi ha costretta a ridefinire il mio concetto di libro difficile.

Dicevo che ogni libro difficile è difficile a modo suo, e lo ripeto, lo sottoscrivo.

Sono spesso difficili i libri brutti, quelli che io chiamo, senza troppi giri di parole, monnezza. E sono difficili perché sono scritti male e editati peggio. Perciò se vuoi ottenere una roba un minimo dignitosa, leggibile, ti tocca fare i salti mortali: non puoi tradurre e basta, sei costretto a fare un lavoraccio, a tratti sporco – e, ve lo giuro, è una fatica immane.

Poi si entra nella sfera soggettiva. Per qualcuno, per esempio, possono essere difficili i libri pieni di slang, o di giochi di parole, o di interminabili descrizioni, oppure quelli che infilano una citazione ogni tre righe, o che abbondano di termini tecnici, o (qui potete aggiungere quello che vi pare). Siamo nell’ambito del gusto e delle inclinazioni personali, ovviamente. Per questo, in fondo, ogni libro difficile è difficile a modo suo e quello che è difficile per Tizio, magari, è una passeggiata di salute per Caio e viceversa.

Ora, io sono una a cui piace vincere facile. Il mio mantra è da sempre: massimo risultato con il minimo sforzo. Perciò, di base, dei libri difficili farei volentieri a meno. Di base. In teoria. Ma sono anche una che ci mette poco ad annoiarsi, e se dovessi vivere una vita col pilota automatico impazzirei. Quindi, se ogni tanto mi tocca un libro difficile, sono anche contenta. Soprattutto se, oltre che difficile, il libro è anche bello. E il libro di cui ho finito ieri la prima stesura, oltre che difficile, è anche bello – bellissimo, se posso; e divertente – non ho mai riso tanto leggendo un libro, non mi sono mai divertita tanto mentre lavoravo.

Chissà, mi chiedevo qualche giorno fa, se questo libro si trascinerà appresso l’odore del sudore, delle lacrime e del sangue che ci ho versato mentre lo traducevo. Spero di no. Anzi, spero che chi lo leggerà possa pensare che si sia tradotto da solo. Significherebbe che ho fatto un buon lavoro.


DISCLAIMER: I miei post non hanno la presunzione di rivelare la verità assoluta. Sono solo riflessioni di una traduttrice tra tante. Dicono qualcosa del mio approccio a questo lavoro, che non è l’unico e – soprattutto – non è necessariamente quello migliore. Ma tant’è.