Dopo aver consegnato la traduzione di Le ore piccole, mi è capitato di tanto in tanto di chiedermi: chissà come sta Victoire, chissà cosa fa, chissà in quale fase della sua vita si trova adesso. Certo, Victoire è un personaggio fittizio, ne sono consapevole, ma un lettore sa quanto è facile empatizzare e perfino affezionarsi ai personaggi che popolano i romanzi che amiamo. E io ho amato Le ore piccole e soprattutto ho voluto molto bene a Victoire, fin dalla prima lettura, fin dalle prime pagine.
Le ho voluto bene mentre si sfasciava in una discoteca di Berlino, mentre preparava caffè per i colleghi ingoiando la frustrazione, mentre si perdeva a fissare le crepe sul soffitto durante un after, le ho voluto bene mentre aspettava, divorata dall’ansia, il risultato dei test di gravidanza, mentre attraversava Parigi in metro, peraltro su quella linea 2 che conosco molto bene e sulla quale anch’io ho attraversato Parigi innumerevoli volte, mentre si metteva alla prova, cercando di nuotare per quattro vasche, duecento metri, io che non sono propriamente una frequentatrice delle piscine, mentre, rivedendo gli amici storici, Lili e Bruno, si sentiva un pesce fuor d’acqua, e le ho voluto bene soprattutto mentre la sua nuova vita giudiziosa e assennata andava in pezzi, continuando a fare il tifo per lei.
Solo quando ho dovuto fare i salti mortali per adeguarmi a una lingua personalissima, che peraltro cambiava da un capitolo all’altro, adattandosi al ritmo degli eventi ma anche all’atmosfera, dei luoghi e della cornice, lo ammetto, le ho voluto un po’ meno bene. Ma qua entriamo nell’ambito della schizofrenia del traduttore che un po’ soffre e un po’ gongola quando è alle prese con un romanzo che lo manda al manicomio.
Tornando a Victoire, mi sono chiesta a lungo perché le abbia voluto (e le voglia ancora) tanto bene. Forse perché in lei ho rivisto qualcosa di me, della me di una vita fa, forse perché me la sono immaginata se non proprio come una figlia magari come una nipote o una sorella minore. Forse perché da molto tempo non mi imbattevo in un personaggio fittizio così verosimile se non addirittura vero – con sue fragilità, la sua confusione, la sua ingenuità, le sue contraddizioni, il suo cinismo e la sua lucidità. O forse, e questa mi sembra la spiegazione più plausibile, perché quale che sia la nostra età, quali che siano state le nostre esperienze, in ognuno di noi c’è un po’ di Victoire: siamo tutti costretti a fare i conti con la voragine che ci portiamo dentro, e a volte abbiamo un’unica opzione, cercare di rimanere a galla, in un modo o nell’altro.

DISCLAIMER: I miei post non hanno la presunzione di rivelare la verità assoluta. Sono solo riflessioni di una traduttrice tra tante. Dicono qualcosa del mio approccio a questo lavoro, che non è l’unico e – soprattutto – non è necessariamente quello migliore. Ma tant’è.








