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Tradurre il linguaggio inclusivo

In questi giorni mi sto dilettando a tradurre il primo capitolo di un romanzo che alla fine nemmeno proporrò – molto poco italiano, lo definirebbe Stanis La Rochelle.

Mi sto divertendo come non mi capitava da tempo. Un po’ perché in questo romanzo c’è tutto quello che mi piace(rebbe) tradurre – è scritto alla prima persona e al presente (e io nutro un odio viscerale e in parte irrazionale per il passato remoto), è pieno di dialoghi, i personaggi parlano la lingua della strada (e per una che, come me, è cresciuta a pane e rap americano e italiano è una manna dal cielo), ci sono tantissimi riferimenti al calcio (e quindi posso mettere a frutto molte delle cose che ho imparato in oltre vent’anni di curva) e alla cultura pop in senso lato – e un po’ perché mi sta permettendo di riflettere, non in teoria ma mettendo le mani in pasta, su un problema sul quale mi pongo molte domande ormai da tempo, ovvero: come tradurre il linguaggio inclusivo.

Che la traduzione del linguaggio inclusivo potesse diventare un problema – o almeno un argomento su cui riflettere – l’ho capito qualche mese fa quando, dopo aver letto il romanzo di un’esordiente francese, sono arrivata ai ringraziamenti e lì, nei ringraziamenti – ma non nel romanzo – si usava il linguaggio inclusivo. In un caso del genere, il ragionamento è abbastanza lineare: se si usa nell’originale bisogna usarlo anche nella traduzione. Infatti i miei dubbi erano di ordine puramente pratico e, per certi versi, morfologico. Per esempio, se compagnə per compagni e compagne non mi pone alcun problema, la situazione si complica (almeno per me) con altre parole; già mi disturba professorə per professore e professoressa, ma ho un rifiuto per scrittorə per scrittore e scrittrice, per dire. E se soluzioni provvisorie, più o meno valide, vanno bene per un articolo su un blog o per un pezzo su una rivista online, quando si tratta di un romanzo, si procede in maniera un po’ più cauta – a me, per esempio, piacerebbe che la comunità dei linguisti stabilisse delle norme d’uso ragionate alle quali rivolgersi in caso si dubbi. Chiusa parentesi.

Anche il romanzo di cui sto traducendo il primo capitolo per diletto usa il linguaggio inclusivo. Non nei ringraziamenti, ma all’interno del romanzo. E lo fa in un modo che definirei moderatamente marcato, ovvero ricorrendo al pronome they per i personaggi – tanti – non binari.

Paradossalmente, l’uso del pronome they non pone grossissimi problemi perché in italiano, diversamente che in inglese, abbiamo la fortuna di poter sottintendere il soggetto. Ma quel pronome they scatena un effetto a catena o a valanga, se così posso dire.

L’italiano è una lingua flessiva, molto flessiva, e il genere non ha impatto soltanto sui pronomi ma anche sui sostantivi, sugli aggettivi e sui participi passati.

Qual è il problema concreto? Che se nel testo si ricorre al pronome they per non genderizzare (mi consentite questo brutto neologismo?) alcuni personaggi, in traduzione io devo assolutamente evitare di usare sostantivi, aggettivi e/o participi che mandino tutto all’aria.

Faccio qualche esempio.

Cal starts running towards us. When they get here, they pull a red card out of their back pocket.

In questo caso, fila tutto liscio: Cal si mette a correre verso di noi. Quando ci raggiunge, estrae un cartellino rosso dalla tasca posteriore.

Già qua le cose si complicano.

Cal and I just split, in different directions. We both know that this wasn’t a draw, and it certainly isn’t over.

Si complicano perché, per dire, non posso usare entrambi (maschile) per both, ma devo optare per un termine invariabile, per esempio ambedue o tutt’e due (giocandomi la furbata dell’apostrofo).

E ancora.

Cal is a blond.

Facile: Cal non è né biondo, né bionda né biondə; semplicemente, Cal ha i capelli biondi.

E in questo caso?

Cal is my bestie.

Di certo non Carl è lə miə migliorə amicə. Magari io e Cal siamo BFF.

La sfida, di base, è quella di usare il linguaggio inclusivo quando necessario senza ricorrere allo schwa. E non per questioni ideologiche o simili, ma perché risulterebbe una forzatura sia in termini quantitativi (in italiano ci sarebbero moltissimi più ə che they) che qualitativi (rischio altissimo di illeggibilità).


DISCLAIMER: I miei post non hanno la presunzione di rivelare la verità assoluta. Sono solo riflessioni di una traduttrice tra tante. Dicono qualcosa del mio approccio a questo lavoro, che non è l’unico e – soprattutto – non è necessariamente quello migliore. Ma tant’è.