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Le caratteristiche di un buon traduttore

Una volta, mi hanno chiesto quali sono, secondo me, le caratteristiche fondamentali di un buon traduttore. Domanda difficile alla quale ho risposto più o meno: “Conoscere bene la lingua da si traduce, conoscere benissimo la lingua verso cui si traduce, avere una spiccata sensibilità letteraria”. Esattamente in quest’ordine.

Conoscere bene la lingua da cui si traduce è, come dire, un requisito minimo. E mi sembra una cosa talmente ovvia che non mi ci soffermerei più di tanto. Se non per precisare che conoscere bene una lingua non significa capire per grandi linee cosa si sta leggendo/sentendo, quanto cogliere tutta una serie di sfumature, connotazioni, registri e via discorrendo. Ma, ripeto, quello è un requisito minimo.

Mi sembra altrettanto ovvio che bisogna conoscere benissimo la lingua verso cui si traduce. Anche in questo caso, non si tratta semplicemente di scrivere correttamente, senza fare errori di ortografia o di sintassi. Anzi. Significa, almeno per come la vedo io, avere il polso della lingua: afferrarne la duttilità, deviare dalla norma se necessario, sentirne il suono e il ritmo.

Più difficile, forse, spiegare cos’è la sensibilità letteraria, che si interseca, per certi versi, con l’ottima conoscenza della lingua ma la travalica. La sensibilità letteraria, in soldoni, è la capacita di riconoscere subito (o quasi) il tono, la voce, il colore, l’intenzione del testo che stiamo traducendo. Ed è qualcosa che non si insegna, purtroppo. Si tratta di pancia, di istinto, di orecchio, di letture, di bagaglio – tutte cose che dovremmo coltivare e costruirci pian piano.

Prendiamola da un’altra prospettiva.

Per colmare le lacune che riguardano la conoscenza della lingua dalla quale traduciamo, possiamo affidarci a tante risorse. In primis, il dizionario – anzi, i dizionari. Peccato che, almeno è questa l’impressione che ho, il dizionario viene ormai considerato un nemico più che un valido alleato. Non so se per pigrizia o per tracotanza – me lo chiedo quando mi imbatto in bastoni da rabdomante (sourcier, in francese) trasformati in bacchette magiche (sorcier, mago, in francese), ma vabbè. Aggiungo: a tutti capita di fare degli errori, di prendere fischi per fiaschi – io, per esempio, non azzecco mai i numeri, sono quella che trasforma diciassette (senventeen) in settanta (seventy) o cinquanta (fifty) in quindici (fifteen), però poi il revisore – in teoria – se ne accorge e ci mette la pezza.

Per colmare le lacune di base che riguardano la conoscenza della lingua verso la quale traduciamo, idem. Grammatiche e manuali non mordono. Sfogliarli, in caso di dubbio, non farebbe male. Anche questa pratica, però, mi sembra caduta in disuso – diversamente non leggeremmo periodi dove la consecutio pare se la siano dimenticata a casa.

E per coltivare la sensibilità letteraria? Be’, là c’è poco da fare. Bisogna ascoltare e leggere, tanto, tantissimo, di tutto, e in entrambe le lingue. Qui, davvero, tutto fa brodo – o bagaglio. E tutto, a un certo punto, quando meno ce lo aspettiamo, ci tornerà utile. La sgrammaticatura del tipo che era in fila alle poste davanti a noi, l’espressione colloquiale usata dal concorrente di un reality, la battuta di dialogo che abbiamo sentito guardando un film, il termine desueto che ci è capitato sotto agli occhi mentre leggevamo un classico in una traduzione dell’anteguerra.

Senza queste tre caratteristiche, in definitiva, produrremo traduzioni in un italianetto stirato e inamidato (questa formula è di Yasmina Mélaouah, che non ha bisogno di presentazioni, e io l’adoro e la uso ogni volta che posso), facendo un pessimo servizio ai libri e soprattutto ai lettori.


DISCLAIMER: I miei post non hanno la presunzione di rivelare la verità assoluta. Sono solo riflessioni di una traduttrice tra tante. Dicono qualcosa del mio approccio a questo lavoro, che non è l’unico e – soprattutto – non è necessariamente quello migliore. Ma tant’è.